La Strada dei Mandrioli
La storica strada tra Romagna e Toscana
Un capolavoro di ingegneria nel cuore dell’Appennino
Inaugurata nell’estate del 1882, la Strada dei Mandrioli, allora conosciuta come Tosco-Romagnola, fu la prima grande arteria carrozzabile capace di collegare stabilmente Bagno di Romagna, il Casentino e la Toscana attraverso il Passo dei Mandrioli.
La sua apertura rappresentò una svolta per l’intera Valle del Savio, rompendo l’isolamento secolare di questi territori e favorendo lo sviluppo dei collegamenti, del turismo termale e degli scambi commerciali.
Prima della costruzione della strada, raggiungere Bagno di Romagna era un’impresa. Verso la Toscana esisteva soltanto la ripida mulattiera del Passo Serra, mentre verso la Romagna si percorrevano sentieri che seguivano il letto del Savio.
Chi arrivava dalla stazione ferroviaria di Forlì impiegava circa sei ore di diligenza per raggiungere Bagno, attraversando la Valle del Bidente e il Passo del Carnaio. La nuova strada cambiò radicalmente il modo di viaggiare e di vivere l’Appennino.
Foto storica da Archivio Valbruzzi
Progettata dall’ingegnere Alcide Boschi, la Strada dei Mandrioli fu considerata una vera impresa tecnica. Con 27 tornanti, pareti scavate nella roccia e una salita costante che supera oltre 660 metri di dislivello, riuscì a rendere accessibile uno dei versanti più impervi dell’Appennino.
Già all’epoca veniva descritta come una delle più belle strade d’Italia, capace di coniugare funzionalità e paesaggi spettacolari. Ancora oggi il percorso conserva tutto il suo fascino.
Foto storica da Archivio Valbruzzi
La bellezza dei Mandrioli ha ispirato generazioni di scrittori e viaggiatori.
Manara Valgimigli ricordò con emozione il viaggio compiuto da bambino nel 1885, quando lasciò San Piero in Bagno insieme alla famiglia. Giunto al valico, raccontò il meraviglioso spettacolo del mare di nuvole che si apriva sotto il sole invernale.
Anche Alfredo Oriani, durante il suo celebre viaggio in bicicletta raccontato in Sul pedale, descrisse l’ascesa ai Mandrioli come un’esperienza quasi mistica, tra silenzi, rocce, boschi e panorami sconfinati.
Negli anni Venti il pittore forlivese Giovanni Marchini, considerato l’ultimo dei Macchiaioli, rimase profondamente affascinato dai Mandrioli.
Acquistò una piccola casa nei pressi del Raggio, trasformandola nel proprio rifugio creativo. Da qui nacquero numerosi dipinti dedicati ai boschi, ai carbonai, ai pastori e agli spettacolari paesaggi dell’Appennino.
Ancora oggi quella dimora è ricordata come la Casa del Pittore, simbolo del profondo legame tra arte e natura che caratterizza questo luogo.
Con la costruzione della E45, la Strada dei Mandrioli perse il ruolo di principale collegamento tra Romagna e Toscana, diventando una tranquilla strada panoramica.
Oggi attraversa un territorio di straordinario valore naturalistico, compreso tra il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e l’area wilderness del Fosso del Capanno, regalando panorami, boschi secolari e scorci che continuano a emozionare viaggiatori, escursionisti e ciclisti.
Percorrerla significa rivivere una pagina importante della storia dell’Appennino, seguendo le orme di pellegrini, artisti, scrittori e viaggiatori che, da oltre un secolo, ne raccontano la bellezza.
Il testo di G. Marcuccini è tratto da: Un pittore in Appennino.
Giovanni Marchini (1877 – 1946). La strada dei Mandrioli e il suo paesaggio.
Ben altra impressione provò Alfredo Oriani (1852-1909) nell’esaltante ascesa dei Mandrioli, compiuta durante il suo celebre viaggio in bicicletta di due settimane – da Faenza a Bagno di Romagna e, per i Mandrioli, ad Arezzo, Siena, Pisa, Lucca, Bologna e infine a Casola – raccontato in quel classico del cicloturismo che è Sul pedale (1902).
E’ ormai il mezzogiorno del 2 agosto 1897 quando il poderoso ciclista s’accinge ad affrontare la salita “sotto un sole africano” che lo costringe spesso a piedi, bicicletta alla mano. Persa di vista la diligenza per Bibbiena che lo precedeva di un chilometro, procede a fatica. “A mano a mano la luce sembra purificarsi e il silenzio diventa maestoso: appaiono le prime rocce tagliate nei fianchi della strada, poi boschi di abeti ed altre roccie e prati senza una casa: appena qua e là, lontano, un fumo diafano ed azzurrino sale da una carbonaia, non un rintocco di campanaccio, non un muggito di vacca. E’ l’ora del meriggio accecante ed inerte nella propria vampa. Solamente un falco disegna al di sopra dei monti larghe e pigre ruote colle ali che sembrano incendiarsi alle punte, ma il suo stridore sottile si perde nel sereno.(…) La catena dell’Appennino adesso appare grandiosamente da ogni parte, creste nude o chiomate, fianchi scoscesi e deformi, che si urtano rientrando l’uno nell’altro quasi in un tumulto di tempesta subitamente pietrificata. L’uomo non vi si rivela che per la strada, senza uomini di quest’ora. Finalmente non mi ricordo più di nulla (…) sono libero, senza casa, senza scopo, senza vanità. (…) Come tutto è bello! E io penso alla inutilità della nostra presenza nel mondo, che non vi aggiunge una bellezza e non vi scopre un secreto”.
Agli inizi del Novecento lungo questo scenario suggestivo, immortalato dai fotografi di Alinari e descritto nei baedeker, si svolgeva una “comoda passeggiata, tutta per la via maestra”: la più frequentata da quanti in estate si recavano alle terme di Bagno, sempre più numerosi grazie a tale strada. E tappa obbligata prima del valico (1.173 slm) – anche per chi, con vetture, andava a visitare Badia Prataglia, La Verna e Camaldoli, ormai centri internazionali di villeggiatura – era l’osteria della cantoniera del “Raggio”, “largo edifizio costrutto solidamente contro le intemperie più turbinose”, come scrisse Ricci Signorini. Qui – recitava la réclame – si poteva gustare “marsala e buon vino, fare una saporitissima merenda” godendo “il paesaggio orrido”, e – massimo conforto per il viaggiatore – dissetarsi ad una sorgente freschissima: “una bocca di colubrina e un getto impetuoso, che si rompe dentro un abbeveratoio largo e lungo come una tinozza”, ove l’accaldato Oriani voleva gettarsi, impedito dall’arrivo di “cinque o sei signorine vestite di giallo di bianco di rosso, tutta una festa di colori e di risa”.
Sulla fine degli anni Venti, tra quanti erano soliti villeggiare nella cantoniera del “Raggio” c’era il pittore forlivese Giovanni Marchini (1877-1946), “l’ultimo dei Macchiaioli”.
Nell’alta Valle del Savio aveva un’amicizia di lunga data con il sampierano Orazio Spighi (1889 -1950): un “genialoide” – secondo Spallicci -, pittore, poeta, collaboratore de “Il Plaustro” e dal novembre 1923 al marzo ’24 primo sindaco fascista di Bagno di Romagna. Si erano conosciuti nei primi anni del secolo a Forlì, al caffè Prati ove – racconta Spighi in un articolo del ’23 – facevano “cenacolo e bohéme” giovani e sicure promesse della pittura come, appunto, Marchini “eterno bambinone, tanto rassomigliante nell’aspetto al Segantini”, Pietro Angelini “dal cappotto a pipistrello”, Pio Rossi “sobrio e fine disegnatore”, Amleto Montevecchi “vera stoffa d’artista, geniale quanto disordinato”; era della compagnia anche la “Bitta” Santolini invidiata modella di Domenico Baccarini, e talvolta pure Benito Mussolini – cappello floscio, giubba corta e “sempre in bolletta” – che ammirava ed elogiava “Il Cavallo Narratore” del barbuto Marchini (1901).
Conoscenza più recente era quella con Umberto Console (1886-1969), un colto maestro elementare palermitano trapiantato a San Piero in Bagno che dal 1926 aveva iniziato a collaborare con “Il Resto del Carlino” e con varie riviste.
I soggiorni estivi sui Mandrioli dell’ormai affermato pittore forlivese non sfuggono all’ attento giornalista, che in un articolo sul “Corriere Adriatico” del 24 settembre del ’29 racconta di una visita a Marchini, che – scrive – “da qualche anno viene con la sua famigliola a trascorrere due mesi” al Raggio, dove a contatto con la natura studia e rappresenta nelle tele il paesaggio circostante, consono “al suo senso d’arte”. L’amico pittore lo accompagna infatti fin dentro un fitto bosco d’abeti da cui, additando una lontana fila di muli carichi di balle di carbone che attraversa una radura, gli confida: “Questo è il quadro che sto preparando (…). Mi sono ispirato ad una scena di lavoro e di fatica fra le esuberanti bellezze della natura”.
Console – che su “Il Bosco” elencherà molte delle opere dipinte sui Mandrioli ed esposte nella primavera del ’35 nel Palazzo della ex Posta di Forlì – anticipa anche una notizia: “Forse lo faremo cittadino onorario dei Mandrioli dove vuol mettere radice acquistando una casetta che diverrà il suo nido d’aquila”: infatti, sulla fine del ’29 Marchini compra una casetta a qualche centinaio di metri dalla cantoniera del “Raggio”, in vocabolo “Tavole di Mosè” (1.100 slm), sul lato a strapiombo della strada, ove aveva abitato la famiglia di una guardia comunale che vigilava sulla “Macchia grossa dell’Alpe”.
La “Casetta del Raggio” – ingrandita con altre stanze ed un lembo di terra, aggraziata da una “loggetta istoriata” ed un cancello, detto “la soglia della pace” – divenne suo rifugio, ed il territorio circostante, ove scorreva la vita di contadini, carbonai, pastori e cantonieri, fonte di ispirazione. Sulla facciata collocò un’iscrizione tratta dalla Vita di Benvenuto Cellini che nel 1554 aveva ammirato gli stessi incanti del paesaggio durante una “gita” a Bagno; e di lato, scrisse, con orgoglio, a grandi caratteri: “Rifugio alpestre del pittore Giovanni Marchini di Forlì”.
Il “rifugio”, dove egli “soggiornò, dipinse e sognò, nella serenità dei domestici affetti” – come si legge nella lapide apposta dai familiari – e attorno a cui aleggia per sempre “lo spirito acceso dal francescano paesaggio”, è rimasto nella memoria della gente come “La casa del pittore”.
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Il testo di G. Marcuccini è tratto da: Un pittore in Appennino. Giovanni Marchini (1877 – 1946). La strada dei Mandrioli e il suo paesaggio. A cura di O. Piraccini. Catalogo della mostra 2008 tenuta a Palazzo del Capitano di Bagno di Romagna. Cesena, Litografia Stampare 2008, pp. 85-89.